SAN DOMENICO

Superato il ponte Vigo, prendendo a destra, dapprima si incontra la Calle di Santa Croce, con l’oratorio omonimo, che sembra chiuso (attiguo al quale c’è una caserma della Guardia Costiera); si percorre tutta la calle fino ad arrivare ad un altro ponte, quello di San Domenico e quindi si scende sull’ isoletta omonima ad esso collegata, tutto tranquillamente a piedi. Un tempo quest’isola era di proprietà dei monaci benedettini poi, intorno al XIII secolo, arrivarono i Domenicani (probabilmente per tutte quelle streghe di cui s’è detto prima?!). Nel 1287 chiesa e monastero in stile romanico erano stati completati; la posizione dell’edificio era strategica perché dall’isola partiva un ponte che congiungeva Chioggia a Sottomarina. Nel corso dei secoli, il complesso ha subito diversi e pesanti rimaneggiamenti; attualmente la chiesa è parrocchia e santuario per l’insigne e imponente Crocefisso miracoloso. Dell’antico tempio rimane il campanile di stile romanico con belle bifore.

La chiesa (dedicata a San Domenico) la si vede subito, dapprima inquadrandone la parte centrale attraverso il tunnel della calle; appare quasi spettrale, se è un giorno di nebbia. Il portale reca i segni visibili di rifacimenti: il colore dei mattoncini in facciata racconta demolizioni e ricostruzioni e sapete perché? C’è un manufatto, conservato sull’altare maggiore, un Cristo misterioso crocifisso su una croce a forma di Y, alta 6 m. La croce è in realtà un Albero della Vita, il cui tronco è in perenne ramificazione. L’altezza del manufatto supera quella del portone d’accesso perciò, ogni volta che si voleva portarlo in processione, bisognava abbattere la parte necessaria a farlo passare. Questa operazione, nel corso dei secoli, è stata fatta solo sei volte… Oggi si usa una sorta di paranco che permette di sollevare e inclinare il crocefisso per poterlo far passare dal portone, nel caso si voglia portarlo fuori dalla chiesa. Ma nelle processioni, normalmente si è più spesso usato un crocefisso simile ma meno pesante.
Ma come arrivò qui questo singolarissimo reperto? In un modo miracoloso, naturalmente, anzi esistono più versioni di questa vicenda.
Quella più diffusa narra come “il discepolo occulto di Gesù, Nicodemo, dopo aver fissato il Maestro appeso alla croce, decise di rappresentarne l’immagine nel legno. Sentendosi però mancare le forze al momento di scolpire i tratti sofferenti del volto, invocò l’aiuto celeste e si assopì. Al suo risveglio, le divine sembianze erano perfette, effigiate prodigiosamente dagli angeli. Tale versione trova conferma anche in un’incisione su rame ai piedi del crocifisso: essa tramanda come il simulacro fu trasferito dalla Terrasanta a Iesi, nelle Marche, dalla confraternita del Santo Sepolcro. Qui si animò davanti a San Pietro Martire, santo domenicano, col quale si degnò di conversare. Per esortazione del santo fu trasportato per mare verso Venezia, ma una tempesta fece naufragare l’imbarcazione. E così il Crocifisso approdò presso il porto di Chioggia, a poche decine di metri dal luogo in cui fu poi eretta la chiesa, e fu trovato dai padri domenicani.
Un’altra leggenda proviene direttamente da un manoscritto del canonico Antonio Boscolo. Essa narra come il Cristo, in epoca imprecisabile, fu trovato in vicinanza delle palafitte del Ponte di San Domenico. Fu portato solennemente in cattedrale, dove i clodiensi pensavano di custodirlo per sempre; ma durante la notte il crocifisso si trasferì miracolosamente sul luogo nel quale era stato trovato”[1].

Il sacerdote che abbiamo trovato nella chiesa, però, ci ha raccontato un’altra storia, che partirebbe dalla Germania, luogo di origine del manufatto, che era destinato per la Terrasanta e sono in diversi a sostenere la provenienza nordica del Cristus dolorosus. Un naufragio comunque accomuna le versioni, poiché appunto il crocefisso – durante il viaggio – sarebbe caduto dalla nave a causa dei marosi e delle tempeste; quindi sarebbe arrivato presso l’isoletta di S. Domenico per volontà divina, dove alcuni pescatori l’avrebbero ritrovato e condotto in chiesa. Per i pescatori rappresenta una reliquia importantissima, in esso vedono un emblema, un porto, una salvezza. I numerosi ex voto (tolèle) che si conservano all’interno della chiesa sono una testimonianza di grazie ricevute.
Il crocefisso rappresenta un vero enigma e studiosi da tutto il mondo vengono a visitarlo. “Forse è più noto agli stranieri che agli italiani!”, suggerisce ironicamente il prete. A prima vista l’enorme Cristo dà l’impressione di essere fortemente disarmonico: testa grossa, torso lungo, gambe corte. Ma poi il sacerdote ci spiega che non fu creato per stare in verticale, ma in orizzontale, anzitutto. Inoltre, la sua datazione sembra essere più antica del XIV secolo, come viene comunemente accettato (si parla del Mille, dunque avrebbe un migliaio di anni). Il legno di cui è costituito è il pioppo, tutto sommato fragile, ed è un miracolo che sia pervenuto fino a noi, con tutte le peripezie subite. Gli arti sono come avvolti in bende, e scandiscono in un modo particolarissimo le venature delle braccia e delle gambe.
Il volto del Cristo cambia sei espressioni, a seconda di dove ci si posiziona ad osservarlo. Abbiamo visto che contemplandolo dalla parte sinistra (ponendosi in una nicchia proprio sotto di esso) si può cogliere il momento del dolore e dell’agonia, mentre stando dalla parte destra si coglie la serenità della morte.

Sull’estremità superiore della croce è scolpito un pellicano che, nella simbologia religiosa, rappresenta il sacrificio del Cristo che si è immolato sulla croce per redime nere i peccati dell’umanità e salvarli, al pari del pellicano che si squarcia il petto per nutrire i suoi piccoli. Anche la riproduzione di questa reliquia, al pari di quella della Madonna della Navicella, si può incontrare in diversi distretti cittadini.

Nella chiesa si trovano numerose sepolture, come quelle dei monaci ma anche di alcuni nobili, come Vincenzo Comello. In una cappella a destra della navata il prete ci ha indicato una lapide tombale senza nome, ma lui sa a chi appartiene, allo scienziato chioggiotto Giuseppe Veronese, un precursore di Einstein, ci dice. Il Veronese, che dovrebbe essere un orgoglio italiano, è invece semisconosciuto ai più; egli ha generato le teorie sugli spazi multidimensionali, la teoria dei modelli e i numeri transfiniti. Ha scritto anche libri di testo per le scuole superiori; è uno scienziato forse più apprezzato- come al solito- all’estero che in Italia, dato che ha anche lavorato oltralpe, dedicandosi all’estensione agli iperspazi, alla geometria n-dimensionale (a quattro o più dimensioni). Se il prete non avesse detto questo, e indicata la sua tomba, presso un altare laterale e anonima, chi mai avrebbe saputo che lì vi è sepolto il Veronese, questa mente eccelsa chioggiotta? Lo avessero all’estero, sarebbe un vanto; invece qua è sepolto su questa isoletta, in questa chiesona particolarissima, con una lapide senza nome. Come cercare un ago in un pagliaio. Crediamo sia importante trasmettere queste informazioni perché non si trovano scritte praticamente da nessuna parte. Dobbiamo ringraziare pubblicamente quel sacerdote! A
Tele di artisti straordinari si alternano sulle pareti laterali dell’unica navata; segnaliamo soltanto- a titolo di esempio- un San Paolo stigmatizzato di Vittore Carpaccio, dove spicca il manto di colore rosso, tinta che il pittore ricavava da un mollusco e sapientemente personalizzava. L’opera risulta essere l’ultima conosciuta realizzata dall’artista.

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